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venerdì 9 dicembre 2011

marcondiro ndiro ndello

Certe sere non passano più, come il sapore amaro della pillola dopo aver spento la tv, più un rimpianto per la memoria, il più forte tra i disturbi che non annebbia nulla nemmeno le fantasie giovanili e che annota giornalmente una prescrizione che, in verità sa, non lo sarà giammai. Le stoviglie ammassate svuotate di sera nell'esofago dagli avanzi del giorno, un piatto sempre freddo, senza compagnia, un saluto ai santi, gli ultimi familiari composti, sotto perniciose bustine di plastica, eretti, da seduti in comode poltrone, contro vasi di ceramica, dote di un viaggio che ancora non si è consumato. Uno strappo al calendario, prima di arrestare la luce, contando con le dita e con apprensione quanto manca a ritirare la pensione. Su, per le scale, di marmo come i suoi riflessi, col corpo rivolto all'altezza come quando le scende, calore cardiaco di protezione, un ballatoio, di pensieri miasmatici, collega la stanza al resto dell'abitazione, un'alcova che non ripara dai pertugi della notte, tinti sulla pelle e mai estinti dalla mente, più feroci del giorno perchè al buio fanno perdere il sonno. Come una cane da caccia che corre sempre senza mai arrivare tra le glorie del padrone, le fatiche pesavano più supina che china, come una macchia d'inchiostro tra i lividi. La sveglia accanto, un diapason alle preoccupazioni, una bottiglia d'acqua per fiori che non appasiscono più, senza linfa e senza luce, ed un gatto stropicciato come una cortina di écru, spogliandosi dagli indumenti, si vestiva dalla veglia. E l'alba arrivava con lentezza tra gli scuri dei suoi occhi slavati, accolta da un mezzo sorriso su labbre impomiciate da un rossetto elicriso.